Lo Scorpione, il Topo e una cassa di rum – Abarth 595

Sapete come è nato il babà? In origine era una fetta di un impronunciabile e (quasi) anonimo panettone tedesco che il goloso re della Polonia, Stanislao Leszczyński, annaffiò con ottimo vino di Madera. Il dolce, da quel momento in cui conobbe la spinta aggressiva dell’alcol, di esperimento in esperimento, passando dall’Est in Francia e poi giù fino a Napoli, diventò una prelibatezza della pasticceria.

A volte basta un po’ di sprint e persino una cosa piatta e banale come un noiosissimo Kugelhupf può diventare un mito. È la stessa, identica, cosa che è accaduta quando l’Abarth si mise in testa di fare una sua versione della piccola e paciosa 500.

Ne venne fuori un’auto col motore ampliato di cilindrata, appunto di chiama 595, e con delle prestazioni che sarebbero state a dir poco insospettabili su una macchinina familiare, popolare e, di sicuro, poco entusiasmante agli amanti del brivido e delle prestazioni.

Le prime Cinquecento Abarth, insieme ai primi kit, furono prodotte all’inizio degli anni ’60. L’auto che ho provato è la versione lusso della gamma, uscì dalla fabbrica agli inizi degli anni ‘70. La “base” è della 500 F, quello che cambia è la sostanza: il motore, i carburatori, marmitta, coppa dell’olio per esempio. Il resto, tranne fregi, cerchi e diverse strumentazioni interne, è “originale”. Ne consegue che è un fulmine che pensa solo a correre e di tutto il resto se ne impipa allegramente. Le vibrazioni, per esempio. Alcuni problemi strutturali sono palesi e dovuti all’idea stessa di aver legato un motore (praticamente) da corsa a una vetturetta. Non che all’Abarth non ci abbiano lavorato su, all’epoca. Anzi. Ma era inevitabile che qualcosa pur si muovesse. In fondo questa macchina – che anticipa l’epopea delle utilitarie e delle “medie” rivedute e corrette (avete presente la Uno Turbo o le versioni corsaiole della Renault Clio?) – non è diretta a tranquille massaie né a impiegati morigerati. È splendidamente grintosa e cattiva.

A quest’Abarth, anche se ha più di quarant’anni, ci si deve accostare con rispetto e senza quella compiacente indulgenza che si userebbe a una piccola 500 qualsiasi. A guidarla, si ha quasi l’impressione di stare su una moto. Non è mica una mascotte: è una granata. Lo svela il cambio a quattro marce. La prima serve, praticamente, solo per la messa in moto. La quarta, complice anche la lunghezza della terza, si innesta solo quando si è ben sicuri di avere spazio e tempo per poter pigiare l’acceleratore, tentando – magari – di raggiungere i 120 km/h, obiettivo più che possibile da raggiungere (anche da superare…) per l’Abarth 595.

Utilizzarla nei tragitti urbani significherebbe, dunque, frustrarla. Anche perché si sente, alla guida, ogni asperità del terreno. Basterebbe un dosso per farsi male. È proprio come una moto. Solo che non è un’enduro ma una stradale. Guidereste una Honda Cbr sullo sterrato? Ecco, non fatelo nemmeno con quest’auto: magari non si scivola ma ne uscireste, lo stesso, con le ossa rotte.

Però la vettura si fa apprezzare, e molto, anche fuori dalla pista. Basta una bella strada, magari con qualche curva e tornante, per assaporarne le potenzialità. La sorpresa è che, con un esemplare ben tenuto, con tutte le rotelle al posto giusto e seppur “costretti” a rinunciare alla quarta, si riesce a tenere il passo delle auto più moderne. La tenuta di strada, quando l’asfalto è liscio e la velocità è ragionevole, è ottima così come la precisione dello sterzo. Aggredisce curve e traiettorie, senza distrarsi. A patto che, ovviamente, non sia chi la guidi a farlo. Ci vuole concentrazione: non c’è alcun aiuto elettronico alla guida, ovviamente, e questa piccola auto se pigliata sottogamba rischia di farla pagare cara.

La poesia di questa vettura, però, è ancora un’altra. È che non te lo aspetti proprio che un’auto all’apparenza così piccola e paccioccona, così morbida e tanto carina, quasi che fa tenerezza nel suo tentativo di apparire rabbiosa e incazzata con quelle fasce vistose e tutti quegli scorpioni, possa prenderti a calci nella schiena. Lo fa, eccome: quando sale su di giri e il cambio di marcia arriva più sportivo, ecco che da dietro – dove c’è il motore e tutto il resto – parte una botta secca che finisce tutta dietro i reni. E poi un’altra e ancora un’altra fino alla quarta, che è lunghissima forse più della terza. Ed è solo allora che si svela completamente, in tutta la sua folle modernità e bellezza, quando s’alza di giri e corre, corre che lo senti, il canto del motore.

È una macchina che, per esprimersi al meglio, deve darti l’impressione che il mondo intorno a te stia crollando.

Auto Italiana, tanti anni fa, quando le primissime versioni della 595 furono proposte al pubblico titolò: “il ruggito del topo“. Letto oggi, quel titolo sembra quasi blasfemo. Eppure fu così: la Fiat 500 – prima del revival degli ultimi decenni – non è mai stata considerata un granché. Forse a torto, forse a ragione. Ma l’elaborazione dell’Abarth, quando quel topino campagnolo della 500 fu ghermito e ubriacato dal rum velocistico dello Scorpione, ha scritto la storia dell’automobilismo italiano.

Giovanni Vasso

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